Carlo Tinti

Artea Cover

Carlo Tinti

Carlo è un designer che sa giocare con le parole ma non scherza per valori. Le sue Teste di Cactus sono la nostra ispirazione per questo articolo.

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Le "Teste di Cactus" sono dei vasi di upcycling design realizzati partendo da stampi dei classici fustini di detersivi ma capovolti. Il manico diventa naso, e dalla testa sbucano le piante. Il tutto, dipinto di colori accesi, diventa molto tribale e ironico. 

Come nasce la tua passione per l'architettura e il design?

Provengo da una zona, la pianura padana, caratterizzata dalla cultura della concretezza. Da adolescente giocavo con alcuni amici, in riva al fiume Po, costruendo con sterpaglie, rami, corde e altro materiale lasciato sulle rive dall’acqua del fiume, capanne, fionde, archi, frecce e altri “giocattoli”. L’attenzione per il dettaglio (all’epoca non me ne rendevo conto) l’ho scoperta aiutando un ragazzo, mio vicino di casa, colorando i modellini degli aerei che lui assemblava. La scelta della scuola superiore è stata alla fine fondamentale per indirizzarmi definitivamente, l’istituto d’arte prima, e una scuola specialistica nell’architettura di interni, poi. Ho conosciuto delle persone, professionisti, che mi portavano in studio, a stretto contatto con il progetto e la verifica di esso sui cantieri.

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Ti piace molto giocare con significato e significante e finisci col stravolgere le regole del gioco prendendo tutto poco sul serio e allo stesso tempo terribilmente seriamente!

“Giocare impegnandosi e lavorare divertendosi” è sempre stato uno dei miei motti preferiti. Il Mondo è talmente serioso e complicato che la prima ricetta per poterlo affrontare rimane la “ leggerezza”, quella che ti aiuta in primis a non prenderci troppo sul serio. Gli oggetti, se oltre alla funzione contengono anche l’ironia, risultano un ottimo amuleto.

Dove trai ispirazione per le tue creazioni ? E quanto conta per te il valore che un oggetto veicola? 

Da arredatore, poi designer, il mio compito è sempre stato quello di trovare delle soluzioni, attraverso la disposizione dei mobili e la scelta delle “attrezzature” più idonee. Spesso capitava che al committente sottoponevo dei mobili pensati da me, che interpretavano meglio le esigenze oggettive. Da qui sono partito per sottoporre i vari prototipi ad alcune aziende, che li hanno prodotti. L’elemento fondamentale insito nell’oggetto, è la praticità, il bello fine a se stesso non paga, il valore di un oggetto sta nella durata, più alla lunga viene buttato, minore è il suo impatto per lo smaltimento. Questa è la prima regola per farlo dialogare con l’habitat e averne rispetto

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Con tua moglie Gabriella vi siete da un paio d'anni buttati anima e cuore in una nuova avventura, Ar-tea, che vi porta a conoscere nuovi mondi e tantissimi creativi e letterati.

All’inizio pensavo di non riuscire a far collimare le caratteristiche tipiche del progettista, solitario, quale sono, con l’ambiente pubblico, a contatto con un sacco di stimoli eccezionali. Poi ho preso meglio le misure, in fin dei conti si tratta di cambiare la tipologia degli “ ingredienti” dal contenitore, sono passato in un certo qual senso al contenuto. Prima dovevo far star bene insieme i vari materiali, ora devo combinare la filosofia del locale, dei suoi associati, essendo una associazione culturale e riuscire insieme a Gabriella a trovare gli interpreti adatti nella messa in scena, Ar-tea è il nostro “Teatro” e come tale lo abbiamo anche arredato, Il tutto all’insegna del tecno e dell’etnico.

Come sta influendo questa esperienza nella tua professione?

Nelle vesti di arredatore, fruitore, Ar-tea è stato un esercizio di sdoppiamento molto utile, il farsi delle domande a il darsi delle risposte, sotto l’aspetto strutturale, dovendoci anche lavorare all’interno, sicuramente mi è servito per affrontare con ancora più maturità la professione di progettista. In breve una descrizione dell’arredo: Una forte caratterizzazione è data dalle mensole di lamiera decapata verniciata lasciate con il loro colore naturale, ferro, il pavimento in larice, trattato con un colore grigio cenere, il color cemento delle pareti e il verde anni 50 del soffitto, che si intona con le finestrature industriali rendono l’ambiente rilassato e al contempo pratico, perfetto per adattarsi anche ad accogliere le serate con i vari eventi che si organizzano settimanalmente. L’arredo è giocato sui toni canvas e tabacco dei tessuti, il nero canna di fucile delle strutture in metallo dei tavoli, e del banco e il legno color caffè o sbiancato per giocare con la luce, naturale o artificiale. Anche le lampade ricordano gli archetipi industriali, però rivisitate dal designer che con la tecnologia led riesce a rendere la forma estremamente essenziale, senza però perdere la funzionalità, le Dizzy saranno tra l’altro in produzione entro la metà del 2017 per l’azienda Way Point, di Treviso.

www.tntproject.net  & www.ar-tea.net 

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