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Emozioni e Benessere: impara ad assaporare il cockail di sentimenti che vivi ogni giorno

Emozioni e Benessere: impara ad assaporare il cockail di sentimenti che vivi ogni giorno

“È normale provare più emozioni contemporaneamente, anche contrastanti tra loro. Lisa Mattiussi, la nostra sommelier delle emozioni ha fatto la scheda organolettica dei sentimenti. Tendere all’equilibrio significa assaporare queste sfumature di vita.” Anna Rado

Mi sveglio di soprassalto, sbarro gli occhi nel buio e il primo pensiero è: “Non ho sentito la sveglia!”.

Smarrimento, panico.

Di scatto estraggo un braccio fuori dal piumino per raggiungere l’abatjour, che manco di un soffio salvandola dallo schianto sul pavimento, e arriva il secondo pensiero: “Ma no! Oggi lavoro da casa…”.

Sollievo, conforto.

Il braccio tanto provato dal dispendio di energia per lo sforzo imprevisto, si ritira immediatamente al calduccio, mentre con una pigra manovra automatica ruoto sul fianco e ritrovo la posizione del sonno.

Letizia spensierata.

Mi rilasso. Calo la guardia e arriva un altro pensiero: “Ho ancora tutte le e-mail di ieri sera a cui rispondere…”

Fastidio, frustrazione crescente.

La magia è svanita, evaporata insieme alla prospettiva di un secondo sonnellino fuori tempo massimo. Sono definitivamente, irrimediabilmente sveglia. E sempre più infastidita.

Risentimento, rabbia strisciante.

Un altro pensiero si insinua tra i neuroni che ronzano: “C’è la torta di mele in cucina. Potrei finirla a colazione…”. Assecondo immediatamente l’idea e mentre l’immaginazione mi porta il ricordo olfattivo dell’aroma del caffè, le papille gustative mi attivano il desiderio.

Gaio ottimismo.

Fare la moviola della manciata di minuti trascorsi da quando ‘non’ è suonata la sveglia permette di ricostruire la dinamica che nella semi immobilità di un corpo a letto ha mosso ben altro. Pensieri, sensazioni ed immagini si sono attivate spontaneamente facendomi cambiare letteralmente umore. Più volte, ripetutamente ed indipendentemente dalla mia volontà. Non ci fosse stata la torta di mele, chissà che piega avrebbe preso la giornata.

Lo chiamiamo “umore”, buono o cattivo, e di solito non andiamo oltre. Lo stato d’animo in cui ci troviamo è un cocktail di emozioni, pensieri, immagini, sensazioni e desideri che raramente abbiamo il tempo di osservare. Quando ce ne occupiamo è perché un elemento esterno ci disturba o ci toglie dalla routine delle risposte automatiche, come lo sgarbo del collega che ci fomenta la rabbia, la sorpresa di un figlio che ci riempie di gioia, la delusione del partner che ci sprofonda nella tristezza. Momenti che risultano essere densi di emozione e spesso aridi di parole, perché nella cultura corrente e nel sistema educativo in cui siamo cresciuti, mediamente non c’è stato grande spazio dedicato al riconoscere e verbalizzare le emozioni.

E quindi perché occuparcene ora, in età adulta, quando i giochi sono fatti?

Perché ci sono dei vantaggi. E ad ogni età.

Trovare la parola giusta per lo stato d’animo che stiamo vivendo non ci aiuta solo a riconoscere come stiamo, ma soprattutto a capire dove ci troviamo. Così com’è estremamente complicato impostare il navigatore per raggiungere la destinazione desiderata se non si conosce la posizione di partenza, è altrettanto difficile arrivare allo stato di Ben-essere, se non sappiamo identificare da quale stato d’animo partiamo. Nell’attesa che entri in uso un GPS delle emozioni, ciò che possiamo fare è cominciare a guardare la mappa e trovare i punti cardinali. Chi si occupa di questa materia sostiene che le emozioni di base, i punti di riferimento, siano cinque:

  • Gioia,
  • Tristezza,
  • Disgusto,
  • Rabbia
  • Paura
    (avete presente il cartoon Pixar InsideOut? Ecco, proprio quelle.)

Ma come spesso accade nella vita sono i dettagli a fare la differenza, e un figlio che piange può farlo per tanti motivi che si insinuano tra queste cinque distinzioni di base, perché ad esempio le sue lacrime possono nascere da frustrazione, commozione o spavento. L’adulto che capisce cosa sta accadendo e gli regala la parola esatta per descrivere il suo stato d’animo, gli sta fornendo un modo per riconoscere quale emozione lo stia “localizzando” (paralizzandolo e/o muovendo), così che possa imparare a modularla, a non esserne sopraffatto e soprattutto a direzionarla.

E quando i bambini diventano adolescenti sappiamo che chi si occupa di loro ci racconta vissuti di vuoto, di un senso di malessere che spesso si cristallizza nella convinzione di avere qualcosa che non va, il che rivela la difficoltà a verbalizzare il proprio stato perché un vocabolario linguisticamente carente si tramuta in analfabetismo emotivo. Se non fosse un bisogno così reale e urgente da compensare, credo che tra i ragazzi non sarebbe tanto diffusa la pratica di delegare a un emoticon su Whatsapp o a una storia Instagram l’espressione del proprio vissuto emozionale.

            Ma come si trova la parola giusta per descrivere un’emozione?

Da qualche anno abbiamo una risorsa in più, che è nata con la moda delle parole intraducibili, vocaboli che rendono in un’unica voce ciò che in altre lingue può essere espresso solo con ampie descrizioni. Per fare un esempio, c’è una tribù di Aborigeni australiani che ha ben 15 sostantivi per descrivere la paura, tra cui kamarrarringu – l’inquietudine di avere qualcuno alle spalle, kanarunvtjy – il terrore degli spiriti maligni, ngulu – il timore della vendetta altrui.

In tempi di Coronavirus potrebbe tornarci utile inventare creativamente altre parole per indicare con esattezza il tipo di paura che si genera in una pandemia globale, così da etichettarla e riporla poi sullo scaffale quando non ci servirà più. Nel frattempo, se vogliamo dare un nome all’ansia quotidiana di conoscere i bollettini di aggiornamento delle news possiamo prendere a prestito dagli Inuit la parola iktsuarpok, che indica la sensazione di frustrante attesa che fa andare su e giù per i ghiacci dell’Alaska per vedere se arrivano altre slitte.

Tra le parole utili per geolocalizzarci emotivamente al fine di orientarci successivamente verso una destinazione emotiva più positiva, possiamo trovare la parola coreana won che indica la difficoltà di una persona nel rinunciare a un’illusione per guardare in faccia la realtà, oppure awumbuk, il vocabolo con cui in nativi della Papuasia descrivono quel senso di vuoto che si prova a volte dopo una cena o una festa quando gli ospiti se ne sono andati.

Altri vocaboli dal sapore decisamente più dolce posso tornarci altrettanto utili, come Wabi-Sabi, l’atteggiamento giapponese ad accettare la transitorietà delle cose, apprezzandone la bellezza anche nell’imperfezione, oppure mentre godiamo del tempo ritrovato nello stare in casa possiamo utilizzare la parola araba tarab che indica lo stato di estasi che viviamo quando ascoltiamo musica che ci rapisce, o anche il termine urdu goya, quando leggere ci fa dimenticare dove siamo, e ci porta in luoghi e dimensioni d’incanto.

Parole preziose che possiamo attingere dalla condivisione dell’umanità globale, ma è la stessa parola Emozione a conservare in sé il proprio tesoro, nell’etimologia che ci parla di “movimento”.

Le emozioni ci muovono. Sempre e comunque, tanto nella semi immobilità di un risveglio a letto quanto nella baraonda degli eventi globali.

Ciò in cui ognuno di noi può fare la differenza perché è in nostro potere, è allenarci a riconoscere quel movimento, attribuirgli la parola giusta con cui identificarlo per essere sempre più rapidi a distinguerne la traiettoria, la diffusione e la persistenza.

E’ solo così che possiamo poi trasformare il movimento di un’emozione da automatico a consapevole, per governarlo e direzionarlo verso il Ben-essere.

Lisa Mattiussi

 


LIBRI CONSIGLIATI PER APPROFONDIRE IL LINGUAGGIO DELLE EMOZIONI

Atlante delle emozioni, Tiffany Watt Smith

Parole contro la paura, Vera Gheno

La grande fabbrica delle parole, Agnès de Lestrade 

Il bambino in famiglia, Montessori